Dizionario dei Pittori Bresciani
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JORIO

(Mastro).  Secolo XV.

Pittore in Brescia agli inizi del Quattrocento.  Dovrebbe aver risentito della presenza in città di Gentile da Fabriano, operando nel primo decennio del secolo al servizio di Pandolfo Malatesta e negli edifici da lui voluti ristrutturati.  Non è da escludere che sia stato presente anche in Broletto o in Castello.
 
BIBLIOGRAFIA
Sta in: «Storia di Brescia», Vol.  Il.

KEN DAMY

Orzinuovi, I I novembre 1949

Al secolo Giuseppe Damiani. Giovanissimo e con il nome che contraddistingue l'agenzia pubblicitaria da lui creata, Ken Damy esordisce quale disegnatore di fumetti. Maestro d'arte nel 1968, insegnante di decorazione in Istituto artistico cittadino, nello stesso anno ordina una mostra personale nella «Piccola galleria U.C.A.I.» di via Pace, con opere che lo rivelano attento alle esperienze più avanzate, con visione sfiorante l'art concreti attraverso forme geometriche di particolare lindore cromatico e concettuale, fino al virtuosismo.
Membro del Gruppo sperimentale «Artant», brevissima è la sua stagione pittorica; sempre più si afferma l'operatore che trasporta gli effetti vibratili dei dipinti nell'esito della macchina da presa, tanto da essere oggi esclusivamente conosciuto per l'attività fotografica nella quale esprime ogni sua possibilità creativa. Ancora nel 1969 si evidenze quale autore di due manifesti esposti in permanenza nella sede della Biennale di grafica a Varsavia; pure di quell'anno e dei successivi Settanta, alcune presenze in mostre collettive in Brescia (Gallerie: Sincron, Acne, Nuovi strumenti, A.A.B.), in Milano, in Mantova, Napoli, ecc.
I molteplici interessi di Ken Damy si traducono in altrettanti aspetti della sua attività: è autore del cortometraggio «Ipotesi» (1972), del lungometraggio sul Festival dada '80 a S. Francisco di Califomia, che ebbe fra gli emergenti interpreti anche il nostro Cavellini (v.); editore, di alcune pubblicazioni ha curato anche l'aspetto grafico; condirettore e animatore della «Galleria Diaframma» di piazza Duomo, attiva dal 1974, ha portato a Brescia notevoli fotografi non soltanto italiani e numerose sono le sue fotografie illustranti periodici, opuscoli, libri a tiratura nazionale o cataloghi d'arte come, ad esempio, quelli della mostre postume dello scultore Domenico Lusetti e del pittore Carlo Salodini allestite nelle sale della Associazione artisti bresciani, della quale Ken Damy è consigliere dal 1975.
Per la sola attività pittorica si indica il volume «Arte bresciana oggi» edito da Sardini.

LABUS GIOVANNI ANTONIO

Brescia, 1806 - Milano, 1857

Figlio dell'insigne archeologo ed epigrafista Giovanni, fu a Milano allievo del Comolli, indi del ravennate Gaetano Monti, noto anche nel Bresciano per aver eseguito varie opere celebrative o funerarie.

Stefano Fenaroli ("Dizionario degli artisti bresciani") definisce Giovanni Antonio Labus assiduo lavoratore del marmo, come provano parecchie opere fra le quali assai lodata la grande statue di padre Benvenuto Cavalieri, posta negli atri di palazzo Brera a Milano, accanto al Napoleone di Antonio Canova. Al Canova ha dedicato un bassorilievo custodito dalla Galleria d'arte moderna.

Di lui restano ancora il busto del vescovo di Brescia Gabrio Maria Nava collocato nel coro della chiesa dei SS. Faustino e Giovita, un Efebo con cornucopia ad adornare la nota fontana di piazza delle Erbe. Statue funerarie compose per il cimitero Vantiniano (tombe Monti e Valotti). Qui è pure una delle ultime fatiche dello scultore nostro:

La Religione assisa sull'arca di Noy, colma di simbolismo ma priva d'ogni palpito.

(1853)             ,

Accanto alle opere realizzate per committenti del capoluogo lombardo, dove il Labus visse e morì, van ricordate l'attività di docente svolta nella Scuola di disegno e di plastica del'Istituto sordomuti milanese; le due statue per il Duomo, eseguite fra il 1855 e il 1857.

Nei "Commentari dell'Ateneo di Brescia" sono ricordate opere giovanili quando, poco più che quindicenne, nelle annuali mostre presentò dapprima una testa di Redentore (1818), Psiche fanciulla (1823); poi un busto in plastica e una medaglia sono ricordati nel 1826, la stessa pagina significando il merito acquisito dal giovane in seno all'Accademia milanese d'un premio privilegiato.

 

LAFFRANCHI RENATO

Rivaloro (MN), 1923.

Autodidatta, ha cominciato a dipingere nel 1949 ed ha allestito la sua prima mostra personale ancora nel periodo di cura della anime di Valle Camonica, nella vigilia del suo trasferimento alla chiesa cittadina del SS.  Nazaro e Celso, accanto alla quale tiene ampio e luminoso studio.Quella prima mostra suscitò consensi ma anche polemiche sia perché vicina all'«ostracismo espresso dal cardinale Celso Costantini nei confronti dell'arte moderna» sia per la dura recensione del prof.  Boselli.  Ciò non di meno nelle opere del giovane sacerdote concordemente erano stati ravvisati fermenti assai vivi (1954).  Numerose, da allora, le sue presenze in mostre, personali o collettive, in Italia e all'estero. Si citano ad esempio le partecipazioni a Genova; Los Angeles, Milano, Parma, Padova, Ravenna.  Roma, Taranto, Venezia, Modena; e anche concorsi dal tema sacro. D'altronde l'opera di don Renato Laffranchi riflette essenzialmente la sua vocazione: agli inizi influenzata da Rouault, Chagall, per un certo verso da Picasso; il lindore ed il colore sopravvenuti parevano ricongiungersi alla «più antica e nobile tradizione culturale della pittura sacra»: ondeggiando fra i bizantini ed i trecentisti creavano «tavolette» in cui il Crocifisso o gli angeli erano frutto di stilizzazione o di levità affioranti da velature dal secolare sapore.Vien poi anche nei dipinti quel vigore che i disegni presagivano: corposità e drammaticità espressionistiche.Così il tema si approfondisce e più si arricchisce di riferimenti.  Alla eleganza formale si congiunge il sarcasmo, da cui sorte denuncia.  Senza però sottolineature o deformazioni che turbino l'armonia compositva.Paul Klee, Joan Mirò sono altri due nomi sussurrati per individuare possibili derivazioni.  La iconografia sacra, le possibili influenze non negano tuttavia a Laffranchi di operare liberamente e di riuscire ad esprimere con proprio linguaggio quella «tormentosa ricerca di nuova vitalità», testimoniare una pietà invocata e che, riversata sull'uomo, ne consoli il dolore, conforti la quotidiana tragedia.  Val rammentare alfine che don Laffranchi è anche autore di scritti apparsi in periodici locali, animatore di iniziative artistiche, autore di scenografie teatrali.Suoi dipinti sono in chiese varie, come quelle, ad esempio, di S. Giovanni Crisostmo in Bari e di S. Benedetto al Quartiere I Maggio in Brescia.
BIBLIOGRAFIA
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«La Voce del popolo», 27 novembre 1967, R. Laffranchi espone a Roma. VICE, Mostre d'arte, «Giomale di Brescia», 22 dicembre 1968.
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L. SPIAZZI, Arte in città, «Bresciaoggi», 13 novembre 1976.
E.C.S. (alvi), Mostre d'arte, «Giornale di Brescia», 19 novembre 1976. «Arte bresciana oggi», Sardini Ed.  Bamato.
 

LAFFRANCHINI RENATO

Lonato, I I maggio 1940.

Ha studiato pianoforte e composizione all'Istituto A. Venturi di Brescia, ed alla passione per la musica affianca quella per la pittura, in questo campo rivelandosi anche come operatore e divulgatore in occasione di manifestazioni locali come la mostra antologica di Ottone Rosai (1 969), le esposizioni dedicate all'«Avanguardie» (1 9 72), agli «Ex voto del Santuario della Madonna di S. Martino» (1976) e degli «Attrezzi di dinamica artistica» (1 9 78) tutte ordinate in Lonato.Dal 1959 svolge attività artistica i cui esiti si fanno maggiormente evidenti con le mostre personali di Desenzano, Valeggio, alla A.A.ß. di Brescia (1 972) alternate con la partecipazione a concorsi vari fra i quali val menzionare il «I Premio grafica» di Milano (1 9 72).Successive mostre personali ha allestito a Valeggio (Palazzo comunale, 1973), Verona e Mantova (1 973), alla «Galleria Museo 3000» di Villafranca di Verona (1 974).  Ripetute e numerose le partecipazioni a varie collettive provinciali, a Milano e a Thiene.  Pittura astratta, quella di Laffranchini, «va alla ricerca del filone nascosto di trepidazioni scintillanti che pur devono esistere tra gli anfratti, sotto le vigne o in qualche angolo di un campo di grano».Nascono così le sue «grafiche cifrate» sul foglio bianco che fa da sfondo alle composizioni dalle preziose cromie. «Partito con un elegantissimo, pulitissimo, calcolatissimo gioco di volumi, la candida scatolatura di prismi e parallelepipedi, i didattici pezzi delle lezioni di geometria, e il sacro rigore del numero pitagoricamente occhieggiava nelle composizioni condotte a soffio di ritmo», quel ritmo ha mantenuto anche nelle successive opere caratterizzate da una maggiore libertà compositiva, dalla «prevalente estetica soprattutto musicale, d'una introversione alla ricerca di se stesso, dei sentimenti antichi e nuovi, dell'urgere di sensazioni indefinite ma personali, lampi o frammenti di immagini apparentemente senza struttura, in realtà più vere di ogni schematismo razionale».Ci pare di poter osservare nei dipinti di Laffranchini il dissidio tragico che incombe sulla nostra generazione, alla quale sembrano offrirsi strumenti in grado di sollevare l'umanità da millenari pesi, ma con essi s'accentuano pure, si esaspera, il dramma intimo, la inquietudine di tutti; così, alla accattivante piacevolezza cromatica delle opere si congiunge la drammatica visione tradotta in aggrovigliati «brani» di natura offesa, di borghi fatiscenti, d'un mondo ch'è fatto soprattutto di sofferenti creature.  Alla pittura di Laffranchini si sono interessati Jole Simeoni Zanollo, Carlo Rigoni, Valzelli e Spiazzi, questi ultimi in occasione della mostra personale bresciana alla quale offersero il beneaugurante cenno in catalogo e recensione.
 

LAMBERTI LAMBERTO

Brescia, 23 febbraio 1925

Ancora giovanissimo, è allievo di Angelo Landi e di Emilio Pasini.  Si diploma in seguito alla Scuola Moretto di Brescia.  In città ancor oggi è ricordato come uno dei più promettenti allievi del Pasini e non dimenticate sono altresì alcune sue partecipazioni a collettive quali il Premio del paesaggio bresciano nel 1954, prima del suo approdo a Milano. Nel
1955 e 1956 partecipa al Premio Viggiù; merita medaglia d'oro quale promotore della mostra «Pro Juventute» allestita nel 1968 in palazzo reale a Milano e dove espone Mutilatini.Fra le mostre personali tenute si ricordano particolarmente quelle nelle Gallerie: «Vittoria» (Brescia, 1942); «Vanni» (Bergamo, 1950); «Bolzani» (Milano, 1952, 1954); «Gussoni» (Milano, 1957, 59-1965, 67); «Accademia» (Milano, 1959, 1969); «Il Vertice» (Milano, 1969); «Centro bresciano d'arte» (Brescia, 1969).  Autore di paesaggi, di figure e di ritratti, opera nella tradizione figurativa ed è prevalente la «visione di vecchie e umili case sotto cieli di un azzurro denso e velato, con intorno qualche albero spoglio» Questo tema si riflette in numerosi dipinti apprezzati dal pubblico e dalla critica.  I pochi ritratti veduti hanno toni caldi, giocati sui bruni, la resa fisionomica accurata: ciò a volte a detrimento della naturalezza del soggetto che appare statico.  Numerose sue opere sono sparse in abitazioni bresciane, anche se ormai raramente Lamberti espone nella sua città natale.
BIBLIOGRAFIA
«Corriere lombardo», 8 giugno 1960.
«Corriere d'infonnazione», 9- IO maggio 1963.
«Giomale di Brescia», I febbraio 1965.
«Corriere d'informazione», 2-3 febbraio 1965. «La Notte», 3 febbraio 1965. «Il Giornale d'Italia», Roma, 5 febbraio 1965.
D. VILLANI, «Galleria Gussoni», Milano, aprile-maggio 1967.
M. MONTEVERDI, «Il Vertice», Milano, aprile 1969.
«La Notte», 2 aprile 1969.
«La Notte», 17 aprile 1969.
E.C.S. (alvi), Mostre d'arte, «Giornale di Brescia», 2 giugno 1969.
L. BUDIGNA, L. Lamberti, «Le Arti», novembre 197 1, p. 62.
A.M. COMANDUCCI, «Dizionario dei pittori... italiani», Ed.  IV, (1 9 72).
 

 

LAMBERTI STEFANO

Brescia, 1482 - 23 novembre 1538.

Alcuni studiosi danno la nascita al 1485.

Lungo sarebbe il dire adeguato a questo insigne artefice, uno dei sommi dell'arte dell'intaglio nella Brescia rinascimentale e soltanto in epoca relativamente vicina reso alla luce che gli compete ..

Architetto e intagliatore in legno, deve a Stefano Fenaroli la copiosa documentazione biografica, ma soprattutto la calorosa rivalutazione critica della sua attività scultorica.

AI 1502 risale forse la cornice lignea racchiudente la pala del Romanino sul coro della chiesa di S. Francesco, cui nel 1970 pose mano per il restauro la ditta Poisa, e al 1505 la perduta lettiga voluta da Francesco Martinengo e compensata con cento zecchini. Nel 1509 la prima opera documentata: è la cornice per la pala nella cappella del Sacramento nella chiesa di S. Giovanni evangelista; del 1513 altra cornice, per il dipinto che Gerolamo Romanino ha eseguito per la chiesa di S. Giustina a Padova. Il Fenaroli ("Dizionario degli artisti bresciani") narra che nel1516, mentre il Bonvicino e il Ferramo1a operavano alle ante dell'organo del Duomo Vecchio, il Lamberti eseguiva lavori di intaglio e di ornamenti allo stesso strumento.

Via via si estende la nota dei lavori affrontati da Stefano Lamberti, possono così citarsi la statua di San Rocco a Bassan'o Bresciano, quella di S. Antonio abate e la Pietà nella parrocchiale di Condino (1525), la Madonna di Passirano, il polittico nella chiesetta di Ragoli, piccola località nei pressi di Tione, ancora l'ancona Iignea di Vezza d'Oglio, la Madonna della chiesa di Corteno, considerata "il logico vertice conclusivo dell'arte del Lamberti".

Soltanto attribuita gli è la parte ornamentale del grande polittico di Giustino in Val Rendena.

Dal 1520 circa sembra tralasciare definitivamente la scultura e l'intaglio per dare maggiore spazio all'attività di architetto operoso nelle cittadine chiese di S. Maria De Dom, S. Maria dei Miracoli, in palazzo Loggia.

Personalità senza dubbio sconcertante e affascinante quella di Stefano Lamberti, che si dice sia stato notaio, oltre che architetto, intagliatore nel legno, scultore in marmo e in bronzo, e soprintendente comunale alle opere artistiche, tanto da essere stipendiato dalla municipalità con sessanta ducati annui.

I frutti dell'operosità creati va di Stefano Lamberti, sparsi nelle valli bresciane e del Trentino, traggono motivo di non facile identificazione e sicura valutazione dal fatto che sono "maturati" contemporaneamente a quelli del più noto Maffeo Olivieri (v.) così come, ancor oggi, gli studiosi si dibattono per rischiarare appieno concordanze formali con autori comensi e della Valtellina.

Senz'ombra di dubbio, ci sembra tuttavia di poter concludere che le sole opere note e certe pongono Stefano Lamberti fra i sommi plastici bresCiani d'ogni epoca. Analisi esauriente della figura e dell'opera del Lamberti è nella "Storia di Brescia."

LAMI BERNARDO

Secolo XVIII.

Il Fenaroli riprende la data del 173 1, anno in cui il Lami, secondo lo Zani, è operos@
Ma oltre a questo dato, nulla è possibile dire di questo pittore che la «Storia di Br(. scia» nemmeno menziona.
 
BIBLIOGRAFIA
P. ZANI, «Enciclopedia metodica critico ragionata di B.A.», 1795-1796.
S. FENAROLI, «Dizionario degli artisti bresciani», 1887.

LANCIANO MAURO

Brescia, 20 novembre 1953.

Diplomato presso il liceo artistico «V.  Foppa», nel corso propedeutico presso l'Aecademia di Brera, è architetto.Quale pittore lo si conosce soltanto per le mostre personali allestite in città negli anni 1973 e 1974, quando era ancora universitario; mostre precedute da partecipazioni a concorsi e collettive in provincia di Brescia, a Viareggio, Grosseto, Napoli, Massa Carrara, ecc. Pittura in evoluzione, data l'età di Lanciano, che nell'impressionismo prima, nella metafisica poi attingeva elementi formali; mentre i più vicini raggiungimenti dimostrano una decantazione, necessaria per fare emergere la capacità di osservazione ne I confronti del mondo ritratto.  Quello meridionale, in particolare, fatto di misere case affacciate su solitarie ed esigue stradette in cui il silenzio incombe quasi a trattenere la greve malinconia.  E la solitudine si ritrova anche in vedute dall'orizzonte più esteso, lungo spiagge deserte, ricomposte con ampi piani uniformi e carichi di colore a riflettere un evidente atteggiamento dell'animo.
 
BIBLIOGRAFIA
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A. MORUCCI, Rubri(u d'ai-t(,, «Biesse», a. Xlli. n. 135. aprile 1973 (Si kedzi «la V@ille» ste,;,,adata).
JO COLLARCHO, «Piccola Paganora», Brescia, 5-17 maggio 1973.
L. MARCUCCI, in «La Zattera», Viareggio, maggio 1973.
AA.VV., «Galleria A. Inganni», Brescia, 25 gennaio - 7 febbraio 1974. «Biesse», a. XIV, n. 144, febbraio 1974, Notiziario.
 

LANCINI ERMETE

Brescia, 17 settembre 1920 - Darfo, 3 giugno 1968.

Effervescente ingegno, meritevole di più approfondita conoscenza: per la complessità della sua espressione, per quanto di lui resta ancora da scoprire delle opere, dei suoi scritti editi e inediti.Non ancora ventenne è presente a mostre sindacali ed è favorevolmente notato da Pietro Feroldi che lo rivede ed apprezza anche in una collettiva in tresanda S. Nicola, dove espone disegni. t il 1940; è ormai il secondo conflitto mondiale.  Lievi tracce di sue opere esposte si hanno nel 1941-42, ancora in occasione di mostre sindacali.  IL con il concludersi del conflitto mondiale che Lancini balza alla ribalta dell'arte bresciana, in seno alla Associazione artistica della quale è uno degli animatori e per la quale propone anche scritti programmatici e divulgativi.  Ma dove trova l'ambito a lui più naturale è nel gruppo che opera a fianco di G.A. Cavellini, accanto a Vittorio Botticini, Ragni e Pierca, Corbellini, i fratelli Ghelfi: vale a dire l'avanguardia bresciana.In Lancini, i nuovi approdi traggono tuttavia alimento dalla meditazione di maestri quali Vari Gogh, Gauguin, Matisse, gli espressionisti, gli astrattisti con Kandisky... fino a Picasso, più che nelle novità nazionali. Con alcuni dei «correligionari» di corso Goffredo Mameli si avventura anche a Milano (1948), con alcuni di essi ancora partecipa al ben noto «Premio Brescia» aggiundicandosi un quarto premio.Si accosta altresì agli artisti del «Bruttanome», guidati da Virgilio Vecchia in una mostra alla «Galleria della Loggetta» (1 949) e in seguito ospitati nelle sale della casa di via Fratelli Porcellaga. Se consistente è la nota delle apparizioni pubbliche di Lancini, da quelle ricordate, alle presenze in Episcopio, in concorsi provinciali, il nostro pittore sembra via via rifuggire da quanto è plateale, venale.  Ne deriva una silente attività che tuttavia non attenua l'ansia di tutto vedere e tutto capire. Lo si rileva dalla sua produzione pittorica.  Pittura attenta ai più avanzati movimenti, pittura asciutta, essenziale, accesa.  Il colore scandito, espressivo, quasi aggressivo.  Al periodo di questo suo fare, ancora riconducibile al figurativo, appartengono i ritratti, a volte dal titolo emblematico, in cui la scansione dei piani, dei toni espressionistici hanno riscontro nei paesaggi, nei panorami urbani dai colori, rosso, blu, bruni, incisi da lamine bianche, e posati sulla tela con veemenza. Ma a questa figurazione «espressionista» subentrano altre espressioni: l'astrattismo, echeggiante l'action-painting, su su fino a brani di dadaismo e pop-art. L'ultimo risultato, perché la morte in un incidente coglie il pittore a soli quarantasette anni, è la serie delle carte da gioco, dei soldatini, delle immagini massificate, composte da elementi i più disparati e più comuni, come pezzi di tela colorata, di giomale, ecc.Si oserebbe dire che v'è in esse sentore dell'arte povera. Ermete Lancini non ha mai allestito una propria mostra personale: ed anche questa sua scelta, forse dettata da motivi finanziari, può tuttavia essere interpretata come il rifiuto a isolarsi, la convinzione che anche l'arte dev'essere frutto corale.  La Associazione artisti bresciani lo ha ricordato, unicamente ad altro «isolato»: Aride Corbellini, nel 1972, riunendo cospicuo numero di dipinti.  Tralasciando però sia una doverosa selezione, sia il proposito di una analisi e di una adeguata documentazione.  Così ha fatto anche la «Galleria Abba» nel 1976.Ancora difficile quindi valutare appieno le doti di un artista, per la conoscenza del quale prezioso contributo deriverebbe dalla pubblicazione dei suoi manoscritti, di esemplare chiarezza. Da ricordare alfine alcune opere decorative affidate dal pittore alle pareti della casa in cui abitava, l'n vicolo S. Giovanni e nel cortile d'una casa di via F. Cavallotti.
 
BIBLIOGRAFIA
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  1. LANCINI GIO.BATTISTA
  2. LANDI ANGELO
  3. LANDRIANI ADRIANO
  4. LANFRANCHI LUIGI

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